L’Unione Cristiano-Democratica di Germania dopo il XXXIV Congresso: pronta per il futuro?

27 Gen 2022

Da sabato 22 gennaio la CDU ha il suo terzo presidente dopo Angela Merkel: con 94.6% delle preferenze Friedrich Merz, già designato a dicembre dalla votazione della base del partito, è stato confermato dai mille delegati del 34° congresso del partito, che anche in quest’anno si è svolto online. Già alla votazione della base a metà dicembre ha partecipato il 64% dei membri dimostrando di prendere sul serio l’impegno per il futuro del partito. Un terzo di loro, anche questo va detto, si è espresso contro Merz che nei suoi due tentativi precedenti contro gli eredi designati della Merkel –…

Da sabato 22 gennaio la CDU ha il suo terzo presidente dopo Angela Merkel: con 94.6% delle preferenze Friedrich Merz, già designato a dicembre dalla votazione della base del partito, è stato confermato dai mille delegati del 34° congresso del partito, che anche in quest’anno si è svolto online. Già alla votazione della base a metà dicembre ha partecipato il 64% dei membri dimostrando di prendere sul serio l’impegno per il futuro del partito. Un terzo di loro, anche questo va detto, si è espresso contro Merz che nei suoi due tentativi precedenti contro gli eredi designati della Merkel – Annegret Kramp-Karrenbauer 2018 ed Armin Laschet 2021 – è rimasto sconfitto.

Molti, soprattutto i conservatori nel partito, si aspettano ora da lui un ritorno ai valori tradizionali della CDU e quindi una sostanziale revisione delle aperture nei 16 anni di Merkel verso la sinistra. Ciò che il nuovo presidente e padre di tre figli ha però fatto capire subito, durante il suo discorso al Congresso, è che con lui non ci sarà nessun ritorno ai tempi di Kohl. Lasciare il centro della società alla SPD, sarebbe infatti – come viene affermato anche dalla maggioranza nel Konrad-Adenauer-Haus a Berlino – la scelta sbagliata e porterebbe la CDU nella nicchia dei valori “di destra”. Non è certamente la concorrenza con l’AfD che la CDU ora deve cercare. E proprio quando si parla di queste etichette di “destra” o “sinistra” bisogna tenere presente che il rapporto o meglio le differenze tra progressismo e conservatorismo oggi non viene più determinato dagli stessi “valori” di vent’anni fa. Ad esempio, sui temi dell’economia ormai c’è grande consenso tra CDU e SPD, e non è più detto che una politica a “conservazione” dell’ambiente sia senz’altro “progressista”. L’AfD non sta per un conservatorismo da prendere sul serio, e i voti li prende non tanto perché sosterrebbe i “valori tradizionali” ma innanzitutto dai delusi e chi si sente socialmente escluso e svantaggiato.

Bisogna quindi ripartire dalla costatazione che mentre il conservatorismo classico è andato in crisi, la società ha bisogno di un discorso conservatore sui “valori”, ma in una versione adatta alle trasformazioni sociali – soprattutto quella “verde” e quella “blu” – che sono in atto e segnano il nostro tempo. Ed è forse questa preoccupazione che la CDU da più di un decennio non ha più inseguito: mentre giustamente sono state abbandonate alcune posizioni del conservatorismo classico (la leva obbligatoria, il matrimonio tradizionale, l’energia nucleare ecc.), non ci si è più chiesti che cosa significa essere conservatori dentro i processi di modernizzazione. Ciò che concretamente Laschet non è riuscito a formulare e trasmettere durante la sua campagna elettorale è un’idea precisa di che cosa significa essere conservatori dentro i processi della digitalizzazione, delle biotecnologie, della trasformazione ecologica, e via dicendo. Non bisogna dimenticare, in questa valutazione, quanto è cambiato non solo la società durante il periodo del cancellierato di Merkel, ma anche – e di conseguenza – lo spettro partitico: mai un Bundestag ha visto sei partiti rappresentati (dal 2017), e ben tre partiti a formare una coalizione di governo.

Intanto, il 22 gennaio al 34° Congresso, il partito ha dimostrato la voglia di una ripartenza concreta anche attraverso nuovi nomi e nuovi volti: mentre l’ex ministro della salute Jens Spahn è entrato nel nuovo presidio con il risultato peggiore dei nuovi componenti, sono l’ex-verde Joe Chialo e l’infermiera Jessica Heller a guadagnare i consensi più larghi. E il rinnovo dei cinque vice presidenti del partito confermano la nuova immagine della presidenza che parla di una CDU più giovane, femminile e multiculutrale, correggendo così chi ha identificato con la figura di Merz una “fuga nel passato”. Intanto con il nuovo segretario Mario Czaja – che vuole realizzare un programma di “rinnovamento dal di dentro” del partito, cioè a partire dai membri iscritti – e l’introduzione per la prima volta di un vice segretario che dovrà essere occupato da Christina Stumpp egli si presenta decisamente come team player.

Chi si aspettava un discorso programmatico dal nuovo presidente 66enne, dovrà ancora pazientarsi per quanto riguarda i dettagli. Il «potente segnale di partenza e di rinnovamento della CDU» che egli ha lanciato per tornare al governo nel 2025, è stato intanto specificato attraverso tre compiti: proporre un’opposizione forte che controlla il governo, vincere le prossime elezioni nelle regioni, lanciare nuove e proprie risposte. Come punto di partenza Merz ha annunciato un nuovo, quarto programma di base (Grundsatzprogramm) dopo 1978, 1994 e 2007. Inoltre, ha fatto capire che intende calibrare il lavoro dell’opposizione sulla politica estera e di sicurezza, in vista della crisi russo-ucraina dove l’attuale governo del “semaforo” stenta a trovare una posizione chiara e forte. Inoltre, fedele alla tradizione della CDU e in vista dell’ala economico-conservatore del partito, ha indicato l’economia e la crescita come condizioni di una trasformazione verde di successo che non deve essere finanziata solo dalle tasse. Per molti, la CDU ha bisogno di nuovi «principi di Düsseldorf» (Düsseldorfer Leitsätze) in cui nel 1949 fu realizzato il connubio tra l’ordoliberalismo e la Dottrina sociale della Chiesa, mettendo le basi per l’economia sociale di mercato. Non a caso Merz ha auspicato, sempre nel suo discorso, uno sviluppo-aggiornamento proprio di questo modello. In ogni caso, si parla già di un “nuovo Merz” rispetto a quella figura liberal-conservatrice che ha avuto sempre la peggiore nei “confronti diretti” con Angela o i candidati “merkeliani”.

Certamente, qualche riferimento alle elezioni del 26 settembre era inevitabile: una CDU poco coesa – solo cinque mesi prima Laschet ha “vinto” il suo braccio a braccio con il capo della CSU Markus Söder per la candidatura al cancellierato ma le cicatrici di questo scontro sono inevitabilmente rimaste – e inoltre nei punti programmatici troppo poco definita ha visto sorpassare la SPD da 14% nel mese di gennaio fino ai 25.7% alle urne. Certamente, per via del ritiro della Merkel la CDU si è candidata senza il cosiddetto “bonus del cancelliere”, ma è difficile chiedersi se esso in questa situazione avrebbe fatto alcuna differenza.

A proposito di elezioni: molto tempo il nuovo presidente della CDU non ce l’ha per il rinnovamento del partito, perché il 2022 presenterà con le elezioni regionali nel Saarland (27 marzo), Schleswig-Holstein (8 maggio), Nordrhein-Westfalen (15 maggio) e Niedersachsen (9 ottobre) quattro appuntamenti importanti con gli elettori, dai quali arriveranno prime risposte importanti e che nel bene o nel male ipotecheranno il futuro del partito e del suo nuovo presidente.