Lorenzo Bugli interviene sulla ratifica del decreto delegato sull’emissione dei titoli di debito

22 Feb 2021

Grazie Eccellenze,

Oggi 20 febbraio siamo qui in questo Consiglio straordinario proprio per votare quello che rappresenta uno spartiacque cruciale nella storia della nostra Repubblica: l’indebitamento da 340 milioni di euro sottoscritto ad inizio settimana. Un fardello pesante, che il nostro Paese avrà la forza di sostenere solo se saremo in grado di controbilanciarlo con politiche di sviluppo e ammodernamento capaci di guardare lontano e di infondere nuova speranza ai nostri amati concittadini.

Doveroso un ringraziamento alle Segreterie di Stato per le Finanze e gli Affari Esteri, e a tutto il loro staff, ma anche al Congresso di Stato tutto, per il lavoro incessante svolto negli ultimi mesi e che alla fine si è tradotto in un risultato che non ho remore di definire straordinario.

Questo tuttavia non è il tempo dei festeggiamenti; il traguardo raggiunto con l’immissione sul mercato delle nostre prime obbligazioni deve indurci a una riflessione profonda e risvegliare in noi – questo almeno mi auguro – un forte senso di responsabilità. Responsabilità che, come ebbi a dire nel mio primo intervento in quest’Aula, è stata il collante che ha permesso la nascita di questa maggioranza. Il debito di cui oggi ci facciamo carico dovrà necessariamente essere ripagato: la strada, lo sappiamo tutti, è tutt’altro che in discesa.

Ecco perché mi sento di affermare che non abbiamo bisogno di un Governo di bandiere. Al contrario, abbiamo bisogno di un Governo che – forte dei suoi numeri all’interno di quest’Aula ma anche della larghissima rappresentanza all’interno del Paese – sia a tutti gli effetti e per davvero un Governo di popolo, formato da partiti con ideologie ed esperienze diverse ma determinati a trovare una sintesi in nome di un bene superiore.

Torno ancora una volta sul concetto di responsabilità, parola più volte evocata, spesso a sproposito. Responsabilità, per noi che facciamo politica e sediamo oggi in quest’Aula, vuole dire prima di tutto essere disposti a cedere qualcosa, magari anche in termini elettorali. Dobbiamo mettere da parte le politiche di casacca, le inutili guerre tra bande e le posizioni che ci vedono arroccati in virtù dei diktat di partito, in favore di politiche che mettano al centro il Paese e i suoi cittadini, i quali oggi più che mai hanno bisogno di risposte celeri, concrete, veloci ad esigenze reali che stanno segnando profondamente il nostro tessuto sociale ed economico.

Un debito di 340 milioni avrà senso solo se ci vedrà impegnati ad avviare e sviluppare un progetto di ampio respiro, che dovrà essere condiviso da parte di tutti, con il senso di responsabilità a cui mi richiamavo in precedenza e su cui ho più volte insistito anche come presidente dei Giovani Democratico Cristiani.

In questi giorni, ahimè, ho assistito più volte ad atteggiamenti e dichiarazioni disdicevoli da parte di alcuni partiti che sembravano quasi trarre appagamento, non senza un certo senso di ripicca, dalle difficoltà incontrate dal nostro Paese; partiti che si sono prodotti in episodi di tifo sui ritardi accumulati nell’approvvigionamento dei vaccini, ma anche sul posizionamento dei Bond o sulla messa in sicurezza del nostro tribunale. Partiti che, in altre parole, hanno tifato contro il Paese.

Questo non deve più accadere.

Non meritiamo più di assistere ad una politica irresponsabile che tenta di screditare chi, quei problemi, sta coraggiosamente provando a risolverli. Problemi, è bene ricordarlo, che sono stati cagionati da noi tutti presenti in quest’Aula, da tutti i partiti e movimenti, di destra e sinistra, che in questi anni hanno deliberato, deciso, governato. Ecco perché, ancora una volta, la parola responsabilità deve tornare ad essere il motore delle politiche future. Responsabilità si affianca ad un’altra parola che considero fondamentale, ovvero la parola cultura.

Nell’ultimo anno abbiamo visto come la pandemia abbia acuito lo scollamento e il distaccamento culturale all’interno del Paese e dei suoi gangli vitali, generando inevitabilmente un senso di smarrimento e di sfiducia nella popolazione, ma anche, sul piano pratico, perdita di posti di lavoro. Ecco perché le riforme strutturali, tanto decantante e a lungo profetizzate, dovranno smettere di essere semplici slogan per diventare azioni incisive, mirate, supportate da una tabella di marcia chiara, trasparente e condivisa, con le forze politiche, le associazioni di categoria, le parti sociali e con tutti coloro che hanno San Marino nel cuore. Solo così, con una rivoluzione culturale – ma una rivoluzione vera e non soltanto teorizzata – ci salveremo.

Tutti noi abbiamo bene in mente quelli che dovranno essere i pilastri dei nostri investimenti: cultura, ambiente, scuola, digitale, politiche del lavoro focalizzate sull’abbattimento delle disuguaglianze. Appena qualche settimana fa la Caritas evidenziava come la grande maggioranza delle richieste di aiuto ricevute negli ultimi tempi arrivassero da donne che avevano perso il lavoro. E’ un aspetto che non possiamo fingere di ignorare. Un aspetto che è stato ricordato, alcuni giorni fa, anche dal premier italiano Mario Draghi nel suo discorso in Senato. Un discorso che vi invito a leggere e dal quale vi invito a trarre spunto; in esso più volte – non a caso – si fa appello al senso di responsabilità, intesa come bussola dell’agire politico.

Lo stesso Draghi, nel suo intervento, ha ripetutamente posto l’accento sui giovani, che per primi saranno chiamati a ripianare questo debito, e che quindi meritano di trovare più di tutti le condizioni per poter sviluppare le loro competenze, quelle stesse competenze che serviranno un domani per traghettare la Repubblica verso scenari migliori. Ai giovani dobbiamo lasciare in eredità una nuova cultura del fare impresa, basata non tanto su sussidi a pioggia o su una mera politica assistenziale, ma su incentivi reali a chi ha deciso di investire e di spendersi per generare ricchezza, creare occasioni e posti di lavoro e attirare capitali. Proprio per questo, aggiungo, avremo bisogno di una pubblica amministrazione nuova, al passo con i tempi, in grado di camminare sulle proprie gambe e di mettersi al fianco degli imprenditori, di interpretare i dati e i cambiamenti in atto.

E’ questa, in definita, la missione che oggi deve vederci uniti, pronti a lavorare come una cosa sola, nella stessa direzione.

Nostra è la responsabilità.

Nostro è l’onere di fare in modo che ogni centesimo di debito sia speso non in in una miriade di iniziative rocambolesche e confuse, ma in pochi, chiari e semplici progetti capaci di dare forma alla visione già tracciata all’interno del programma di Governo.  Il tutto affinché si possa finalmente restituire al Paese la fiducia. La fiducia nel futuro.

Grazie Eccellenze.