Il ritorno del terrore in Afghanistan

20 Ago 2021

A vent’anni esatti dall’inizio delle operazioni militari in Afghanistan, causate dagli attacchi terroristici al World Trade Centre l’11 settembre 2001, la strategia americana cambia completamente rotta. Infatti a settembre 2021, le truppe americane abbandoneranno definitivamente il territorio afgano e così sarà probabilmente per gli altri contingenti della NATO impegnati sul territorio.

Questa notizia ha dato il via libera all’avanzata dei talebani per riprendere il potere in Afghanistan, colpendo duramente il neo esercito afgano che poco ha potuto nonostante la preparazione fornita dalle truppe della NATO, arrivando così, nei giorni scorsi e nell’arco di pochissimo tempo, a conquistare la capitale Kabul.

Ad oggi l’esercito dei talebani ha conquistato il 90% del territorio, annunciando la nascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Certamente la presa di Kabul, è una notizia sconcertante e molto preoccupante per tutto il mondo occidentale e soprattutto per tutti gli afgani che aspirano e credono nei valori di libertà e democrazia.

Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, avendo ereditato gli accordi per il ritiro delle truppe dall’ex presidente Donald Trump, nella serata del 16 agosto ha voluto spiegare le motivazioni di tale scelta attraverso alcune considerazioni: la missione USA era iniziata come mezzo di prevenzione dagli attacchi terroristici sul suolo statunitense, precisando che in Afghanistan l’obiettivo non è mai stato costruire una nazione unita e democratica, essendo chiaro che non sarebbe mai arrivato un giusto momento per il ritiro delle truppe americane. Inoltre ha anche mostrato come la guerra in Afghanistan fosse diventata un impegno troppo oneroso a livello economico per gli USA, circa 2.261 miliardi di dollari (maggiore del PIL annuale italiano) e per la quale nemmeno gli stessi afgani vogliono combattere. Successivamente ha accennato anche all’interesse che Russia e Cina avrebbero nel voler far continuare la guerra agli Stati Uniti.

A giustificare ulteriormente tale scelta, rammentiamo anche la paura da parte degli Stati Uniti di commettere nuovamente errori già fatti in passato, paragonando spesso, la guerra in Afghanistan al fallimento del Vietnam che ancora oggi è una grossa fonte di rancore e disappunto fra la popolazione americana.

Il fallimento delle operazioni di instaurazione di un governo democratico e di un esercito afghano rinnovato che sapesse difendere i propri cittadini, dovrebbero farci riflettere.

Le domande che in questi giorni assillano tutti, mirano principalmente a comprendere proprio questo fallimento e il metodo con cui è stata gestita l’intera operazione in Afghanistan, sia a livello militare che politico, ma anche umanitario e comprendere che ne sarà del popolo afgano, delle giovanissime generazioni che vedranno il potere dei talebani per la prima volta ed infine delle donne, le prime vittime di tale regime oppressivo.

Vorremo riflettere, quindi, sulle conseguenze del ritorno di coloro che sono stati per così tanto tempo i nemici del mondo occidentale, in particolar modo: rispetto alla possibilità di aspirare ad un futuro migliore per i giovani e per le donne.

Un’ulteriore conseguenza, derivante dal ritiro delle truppe della NATO e della riconquista talebana, saranno un aumento esponenziale del numero di profughi verso gli Stati europei, alimentando ulteriormente le tratte che già molti immigrati, provenienti da Libia, Siria e altri Paesi esacerbati dalla guerra in Africa e Medio Oriente, percorrono oggigiorno.

Noi, Giovani Democratico Cristiani, siamo estremamente rammaricati dalla notizia del ritorno al potere del terrore.

A tal proposito, abbiamo raccolto le opinioni di alcuni membri del Giovanile:

Carol De Biagi, Responsabile dei Rapporti Internazionali YEPP: “Nonostante il conflitto armato non sia mai la soluzione a nessuna controversia, il diritto a difendersi come nazione e a difendere i diritti umani delle popolazioni oppresse è un dovere morale, per coloro che sono nella condizione di farlo.

Inoltre l’uscita degli Stati Uniti dalla guerra in Afghanistan costituirà una sfida per l’Unione Europea per dimostrare la forza di un Europa unita sotto uno scopo comune, inteso come salvaguardia dei diritti dell’uomo e della democrazia, anche fuori dai confini europei”.

Sara Marinelli, Responsabile dei Rapporti Internazionali EDS: “Tutto il mondo sta assistendo a richieste di aiuto provenienti dai cittadini afgani, spesso giovani, che stanno provando in qualsiasi modo a fuggire dall’orrore. Sono davvero molto commuoventi alcuni video di giovani in lacrime, che si sentono completamente abbandonati ad un destino orribile ed inatteso.

Siamo sicuri che nessuno di noi vorrebbe mai provare ciò che la popolazione e ancor più le ragazze, i ragazzi e le donne afgane stanno provando in questo momento”.

Davide Tabarrini, direttore del periodico Azione: “D’altronde non è la prima volta che nella storia recente l’occidente si impegna in operazioni militari ed umanitarie che hanno portato al nulla, alcuni esempi sono certamente le condizioni in cui versano Somalia, Libia e Siria.

Che sia questo il futuro dell’Afghanistan? Solo il tempo saprà rispondere a questa domanda.

Una cosa però è certa: erano tutti consci che l’intero processo messo in atto in Medio Oriente e in Africa sarebbe stato estremamente duro e complesso ma siamo altrettanto risoluti nel dire che i conflitti, le controversie ed i problemi di una nazione e del suo popolo vadano risolti all’interno dei confini di quella stessa Nazione, eventualmente con l’aiuto di altri Paesi se necessario, e che l’isolazionismo di alcuni Stati non è mai servito a nulla se non ad allargare la problematica, talvolta coinvolgendo altri Paesi.

Saranno totalmente inutili eventuali soluzioni di tamponamento per mitigare i flussi migratori e per limitare le conseguenze sulla popolazione, entrambi già in atto.

Se vogliamo costruire un futuro migliore per tutto il mondo o per solo una Nazione, è necessario abbracciare completamente il concetto di solidarietà, di libertà e di democrazia, anche se il lavoro che si prospetta sarà estremamente duro e complesso.

Infine è essenziale trovare una soluzione che vada dritta al problema attraverso un Europa unita e, proprio in relazione a questo, l’uscita degli USA dal territorio afgano potrebbe indurre i leader europei a procedere verso la costituzione di un Esercito Europeo che abbia lo scopo di tutela dei diritti umani, della libertà e della democrazia, facendo un grande balzo in avanti nel processo di integrazione sognato dai padri fondatori e permettendo all’Unione Europea di essere vista anche come potenza militare oltre che economica”.

In questo momento, i GDC vogliono essere vicini alla popolazione afgana. Per questo motivo, siamo convinti che sarà necessario assicurare la garanzia dei diritti umani alle popolazioni per cui si è combattuto, affinché nessun soldato o civile, impegnato in questa o in altre guerre, abbia dato la propria vita in vano.

In secondo luogo, sentiamo la necessità di ricordare che il 19 agosto di ogni anno ricade la Giornata Mondiale dell’Aiuto Umanitario, istituita dall’ONU nel 2008 proprio a causa di un attentato terroristico, avvenuto 5 anni prima a Baghdad in Iraq e dove persero la vita 22 persone tra le quali anche un alto ufficiale delle stesse Nazioni Unite impegnato nella salvaguardia dei diritti della popolazione.

 Infine aspettiamo con ansia una risposta concreta da parte dell’ONU e dall’Unione Europea, uniche organizzazioni sovranazionali che avrebbero il potere e i mezzi per portare una soluzione umanitaria ed eventualmente anche militare in grado di rispondere all’esigenze della popolazione afgana.