Europa e accordo di associazione: alcune considerazioni del presidente del Pdcs, Pasquale Valentini

11 Mag 2021

Intendo esprimere il mio sincero apprezzamento nei confronti delle Segreterie di Stato per gli Affari Esteri e la Cultura che, insieme al movimento dei Giovani Democratico Cristiani sammarinesi e alle prestigiose Fondazioni Adenauer e De Gasperi, hanno dato vita in questi giorni alla mostra “Unione Europea: storia di un’amicizia” presso il nostro Museo di Stato.

La mostra, oltre che per il suo valore storico e culturale, è importante anche per un altro motivo. Infatti essa ha fin da subito riacceso nel nostro Paese il dibattito attorno a un tema chiave come quello dell’Europa.

Ho letto in questi giorni le riflessioni dei consiglieri Giuseppe Maria Morganti e Gerardo Giovagnoli. Intendo qui esprimere alcune considerazioni riallacciandomi a quanto affermato dai miei due colleghi, anche alla luce della mia esperienza in qualità di Segretario di Stato per gli Affari Esteri negli anni 2012-2016, durante i quali i negoziati relativi all’accordo di associazione con l’Ue iniziarono a muovere i primi passi. Morganti parla di “trappola europea” e contesta l’accordo di associazione in quanto porterebbe al nostro Paese solamente svantaggi, di natura fiscale, tributaria, economica, sociale e giuridica, senza alcun reale vantaggio, mettendo di fatto la nostra Repubblica in una condizione di sudditanza nei confronti dell’organismo sovranazionale. Secondo Morganti sarebbe invece preferibile percorrere la strada dell’adesione all’Ue. Il consigliere forse dimentica che questa opzione era già stata presa ampiamente in considerazione a suo tempo, non solamente da San Marino ma dalla stessa Unione Europea, la quale negli anni precedenti al 2015 aveva mandato addirittura delle delegazioni sul nostro territorio, per valutare se ci fossero le condizioni per addivenire in maniera proficua ad un processo di adesione che coinvolgesse, insieme a noi, anche Monaco e Andorra. Il giudizio finale dell’Ue – come riportato anche in tutti i documenti ufficiali del periodo, facilmente consultabili – fu che l’accordo di adesione non era consigliabile, ma nemmeno possibile. In primis per la stessa Unione Europea, che accogliendo al proprio interno dei micro-stati come i nostri avrebbe di fatto dovuto stravolgere molti dei suoi apparati e statuti. In secondo luogo le tre piccole nazioni non avrebbero mai potuto sostenere, da sole, il peso di un cambiamento tanto drastico e profondo nel loro ordinamento e nella loro legislazione, con oneri troppo ingenti per realtà così ridotte.

Sul tavolo erano rimaste solamente due ipotesi: da un lato nuovi accordi di natura esclusivamente commerciale ed economica, dall’altro un eventuale accordo di associazione. Alla fine, dopo un’attenta analisi, si è ritenuto che quest’ultima fosse la scelta più giusta da fare per portare avanti l’iter di integrazione europea in maniera sostenibile, rispettando le peculiarità e le esigenze particolari dei nostri tre Stati. L’accordo di associazione, per ammissione della stessa Europa, è dunque l’unica strada davvero percorribile, ed è per questo motivo che si è optato per essa.

Qui mi riallaccio al discorso del collega Gerardo Giovagnoli, che pone l’accento sulle tempistiche dell’accordo di associazione, affermando giustamente che “la fine della pandemia è sia un’occasione che un ultimo treno da prendere per uscire finalmente dall’inganno della terzietà dall’Unione su cui ci siamo crogiolati per decenni: un’estraneità ai processi decisionali ed al Mercato Unico che non hanno significato un maggior grado di libertà decisionale della Repubblica”. Mi pare di leggere nelle parole di Giovagnoli un invito, che condivido, a sposare con forza e con assoluta decisione la causa dell’Europa, mettendo da parte le incertezze e alcune titubanze che ci hanno accompagnato in questi anni, con uno scatto decisivo che porti a coronamento il lavoro cominciato nel 2015.

Ricordiamo, infatti, che la stessa Europa ha interesse ad accogliere la nostra Repubblica, e con essa Monaco e Andorra, in quanto si tratterebbe di dimostrare agli occhi del mondo la propria capacità di integrare e di aprirsi anche a piccole realtà come le nostre, in nome di quei valori – non solamente di natura economica – a cui si rifacevano i padri fondatori come Schuman, Adenauer e De Gasperi. Non dobbiamo però dimenticare che è a noi che preme maggiormente il perfezionamento di questo accordo. Se vogliamo davvero cogliere a pieno i vantaggi che deriverebbero dalla conclusione proficua dei negoziati, allora è la nostra Repubblica a doversi far trovare pronta, mettendo in moto un processo di adeguamento e trasformazione che è assolutamente imprescindibile; è la nostra Pubblica amministrazione a doversi dotare di funzionari capaci di rapportarsi con l’Europa, tanto a San Marino quanto a Bruxelles; sono le nostre aziende private che devono mettersi al passo e avvicinarsi progressivamente a quelle che sono le norme e gli standard europei.